SING for ME. Il racconto di Cristina

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Quest’anno il coro “Voci dal mondo”, con il progetto “Sing for me”, ha voluto dare voce ai migranti e ai richiedenti asilo che vivono nelle città di Mirano e di Mestre attraverso un laboratorio di canto, aperto anche a tutti quei cittadini che desideravano vivere questa esperienza. L’obiettivo era quello di offrire un’opportunità in cui migranti, cittadini e coro potessero mettere insieme le loro culture e le loro diversità esprimendole attraverso la musica e il canto, per regalare a tutti un momento di serena convivenza e per rendere visibili persone assolutamente invisibili nella nostra quotidianità.

PRIMI INCONTRI
In piccoli gruppi abbiamo raggiunto i cittadini richiedenti asilo nelle loro abitazioni. Qualcuno parla un po’ d’italiano, qualcuno inglese, qualcuno solo la sua lingua. Cerchiamo di spiegare loro che ci piacerebbe cantare insieme, che potrebbe essere bello conoscerci e stare insieme cantando… La risposta non è immediata. Qualcuno è titubante, diffidente, poi pian piano iniziamo a scambiarci parole e sorrisi. Si accorcia la distanza. Ci dice Sello “Siamo qui da un anno e nessuno è mai venuto a trovarci, a parte la questura. Siete i primi a chiederci chi siamo e a voler fare qualcosa con noi”. Tra gli altri incontriamo Mercy e Kennet, una coppia nigeriana. Lei appare vivace, ascolta attenta, lui tiene gli occhi bassi, forse non capisce le nostre parole. Sembra triste, distante, poco interessato. Ma quando intoniamo “U po pag bon”, canzone nigeriana, Kennet alza lo sguardo verso la moglie. Nel suo volto compare un sorriso che rivolge anche a noi e finalmente vediamo i suoi occhi. Ci salutiamo con simpatia e ci lasciamo con la speranza di rivederci al laboratorio.

INIZIA IL LABORATORIO
Siamo tanti, Italiani e stranieri. Alcuni stranieri fanno parte del Coro da tempo, dei nuovi arrivati molti sono Nigeriani e poi ci sono Turchi, Pakistani, Gambiani… Ci sono persone singole, c’è qualche famiglia con dei bambini molto piccoli. Beppa ci dispone in un grande cerchio. Ognuno canta il proprio nome, gli altri lo ripetono con la stessa intonazione. Cominciamo cosi, dicendo chi siamo e guardandoci negli occhi. Incrocio sguardi timidi, altri diretti, altri sorridenti. C’è chi guarda verso il basso. Si percepisce un’attesa ancora poco chiara. Ma appena parte una canzone africana alcuni cominciano a ballare. Qualcuno prende le percussioni, altri entrano nel cerchio battendo le mani, in poco tempo quasi tutti si sentono coinvolti. Il ritmo chiama, muove, mette in moto i corpi. Il ritmo invade.
Soprattutto gli Africani, che sono la maggioranza, esprimono la voglia di esserci e di far uscire i propri canti e i propri suoni. Alcuni prendono le percussioni e danno vita ad una “tamburellata” che ci prende tutti . Mercy inizia a ballare con Ketty, Massimo e molti altri. Io resto un po’ in disparte. Mi piace osservare chi sta dentro e chi sta fuori. Il clima è piacevole, si sta bene.
Un altro giorno ci dividiamo in tre gruppi, così è più facile guardarsi e riconoscersi. Nel mio gruppo Marvel porta una sua canzone “Maman” e lo senti che per lui è importante, qualcosa più di un canto. E’ bello ascoltarlo cambiare toni fino ad assumere una voce molto flebile, quasi infantile. Un altro gruppo è formato da famiglie italiane e straniere. Si scambiano canzoni per bambini nelle diverse lingue, alcune accompagnate da movimenti delle mani e del corpo che coinvolgono i piccoli. Nell’altro gruppo Ernest ha proposto un rap dove tutti sono presi dal ritmo e partecipano con le percussioni, con il ballo, con la voce, con le mani.
Di nuovo tutti insieme, cantiamo alcune canzoni in italiano e in dialetto veneto. In parte vengono imparate anche dagli stranieri. E’ divertente sentirli.
Arrivano ancora altre canzoni da Mercy e da Richard. Sono canzoni che chiamano il gruppo a rispondere e a sostenere il canto non solo con la voce ma anche con il corpo. Niente parole scritte. Si impara ascoltando, attraverso la trasmissione orale. C’è chi partecipa cantando, c’è chi viene solo per il piacere di stare con gli altri e di ascoltare. C’è spazio per ogni modo di essere e di sentirsi. Piano piano si incomincia a capire meglio il senso del nostro stare insieme.

MICROSTORIE
Arrivare al “laboratorio” non è facile, per gli stranieri. Di volta in volta ci organizziamo per andare a prendere chi ha bisogno di un passaggio. Questi momenti in macchina diventano preziosi, sono un modo che aiuta a conoscerci. Cominciamo a sapere qualcosa di più su chi è con noi.
Habib è Afgano. In un italiano ancora incerto, mi racconta il suo lungo viaggio. Ha iniziato a piedi, attraversando diversi paesi, poi per mare è arrivato in Italia. Del primo centro di accoglienza ha un bruttissimo ricordo. Qui sta bene, mi dice. Forse non è del tutto vero, la convivenza nella quotidianità non è facile nemmeno qui. Una sera veniamo aggrediti dalla signora che abita sotto al suo appartamento. Dal terrazzo sono caduti col vento dei contenitori di plastica. La donna alza la voce, è invelenita, ma lui si sente tranquillo perché ci sono io. Si sente aiutato, dice che sono la sua famiglia. Quando sente che andrò una settimana in ferie mi chiede: mi porti un regalo?
Vado a prendere Ernest a scuola. Lui è spesso triste, teso. Mi racconta di chi ha lasciato a casa, sento che non ha un soldo per la ricarica del cellulare, e mi dice che vorrebbe trovare lavoro ma che è difficile.
Richard prima era al centro di accoglienza di Cona. Ha qualche anno più degli altri e un figlio nel suo paese, dove faceva il pasticcere. Ora ha ricevuto i documenti e lo stato di rifugiato, per lui è ancora più urgente trovare un lavoro. Con Gisa lo accompagniamo in un locale dove cercano un pizzaiolo, ma è un buco nell’acqua. Poi sembra aver trovato un tirocinio in una pizzeria, ma anche questa opportunità sfuma. E’ andato fino a Milano per un corso di formazione per panettieri, ma anche qui non l’hanno scelto. Ora è in attesa di un colloquio con una ditta alimentare e continua a sperare. A volte è triste. Non tutto va a gonfie vele, nel centro di accoglienza in cui risiede. Spera in un lavoro anche per uscire da lì .
Anthony vive a Mestre. Una sera arriva alle prove e mi dice : mamma ti ho portato il mio curriculum, aiutami voglio lavorare. Ma io quasi non lo conosco, non capisco perché lo chiede proprio a me.
Mercy è qui con il marito Kennet. Nel suo paese ha lasciato due gemelle di sei anni con la sua mamma, mi mostra le foto molto orgogliosa. Quando è arrivata in Italia lei e il marito sono stati ospitati nel centro di accoglienza di Ancona, il suo ricordo è terribile. Mi racconta quasi urlando “no, no Ancona, male, male, tanti assieme, niente acqua, niente shampoo, vestiti sempre quelli addosso per tre mesi… qui a Mirano bene”.
Ci sono anche delle ragazze giovanissime, due nigeriane ed una somala. Hanno appena diciotto anni, occhi scuri e luminosi, le cuffiette costantemente nelle orecchie. Una è particolarmente vivace, quasi irrequieta. Per loro sembra difficile stare in questa situazione, due sembrano quasi estraniarsi, come se intessere una relazione con noi costasse troppo. Cercano o desiderano altro.
Anche gli altri alle prove a volte vengono, altre volte no, a volte arrivano in ritardo. Non sempre sono disponibili, e non sempre è facile capire perché. Ma noi abbiamo pazienza. Forse c’è qualche difficoltà nella comunicazione verbale, forse c’è anche un modo differente di intendere il tempo. Il percorso di comprensione reciproca è lento.
Quando arriviamo all’inizio di giugno, un mese prima dello spettacolo finale, scopriamo casualmente che inizia il ramadan. Per tutti i musulmani del gruppo, una decina, questo comporta obblighi e divieti. Tra l’altro non potrebbero neanche cantare e ballare. Quindi qualcuno smette di frequentare il laboratorio e perdiamo un po’ di persone per lo spettacolo. Ci dispiace ma ormai non siamo in grado di modificare tempi e date. Manteniamo la relazione possibile. Qualcuno di noi li sente telefonicamente, io passo a salutare Sello e i suoi amici a casa loro.
Prima che inizi il ramadan organizziamo una cena multiculturale, in un grande capannone della chiesa San L. Mandic. E’ un ulteriore momento per conoscerci un po’ di più . Tutti contribuiamo portando qualcosa. Sello e un amico vengono a casa di mia mamma e cucinano il pollo fritto con il riso, mentre Maria ed io prepariamo i rotolini di verdure moldavi. Alla cena vengono tutti. Siamo circa ottanta persone in queste lunghe tavolate. Si scambiano sapori, si chiacchiera, si canta. E tutte queste cose ti entrano dentro, assieme ai loro sguardi, alle loro attese, alle loro preoccupazioni e a quello che non sai ma immagini.

LO SPETTACOLO FINALE
La sera dello spettacolo sono molto agitata. Forse perché sono io che devo porgere i ringraziamenti a coloro che hanno reso possibile questa avventura, ed è tanto che non parlo più davanti ad una platea. Forse perché non so immaginare come andrà la serata. Ci tengo molto che la performance funzioni, che coinvolga, che abbia un piacevole impatto sulle persone. Sento molto l’imprevedibilità della situazione, non so se siamo davvero pronti.
Arriva il momento in cui il coro deve entrare in scena. Il teatro è stracolmo, fa molto caldo, le finestre sono tutte spalancate. Gli uomini sono all’aperto, nascosti dietro una delle porte. Noi donne invece siamo ammassate nel corridoio che porta ai camerini. Attendiamo il segnale d’inizio. Sale Richard e dà il via al concerto con un “a solo” in lingua guru. La sua voce è potente, il movimento delle sue braccia sembra amplificare e prolungare il suono. Questo giovane africano con il suo corpo possente e il timbro della sua voce richiama da subito l’attenzione. Lentamente, verso la fine del canto, ad uno ad uno gli uomini lo raggiungono sul palco. Modulano una nota all’unisono che apre alla canzone moldava di Alex. Entriamo anche noi donne e piano piano, tenendo bordone con una “u” leggera, ci uniamo a loro. Siamo tanti, più di una sessantina, quasi non ci stiamo sul palco. Non sento più il caldo, improvvisamente sono calma e concentrata. Seguo con attenzione la traccia dello spettacolo e le voci degli altri, mi pare che tutto scorra con grande spontaneità e naturalezza. Ognuno di noi riesce a sentirsi parte di un tutto. Il calore del pubblico e l’intensità degli applausi ci dicono che abbiamo trasmesso qualcosa. Guardo negli occhi ad uno ad uno i migranti, e mi rendo conto che solo allora capiscono quello che hanno fatto. Non era possibile spiegarglielo a voce. Dovevano viverlo.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Questi sono incontri ed esperienze che ti cambiano.
E’ impossibile non vedere o girare lo sguardo…impossibile non guardare queste donne e uomini come persone nella loro interezza, impossibile non chiedersi se si sentono coinvolti, come stanno, cosa pensano, cosa desiderano, quali sono le loro opportunità, quali le loro aspettative …
Certo non sono che alcuni dei tanti profughi e richiedenti asilo ma per me ( per noi) hanno un nome, un volto. Qualcuno forse si meraviglia che alcuni di noi se la prenda tanto a cuore ma è difficile non farlo.
Oggi loro sono qui ed è noi indispensabile dar loro una mano….e qui comincia un’altra storia.

Cristina S.

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